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Gita a Momiano (HR)

Si è svolta nel migliore dei modi l’uscita a (HR) di domenica scorsa. La ci ha accolto calorosamente ed abbiamo cantato alla Messa delle prime comunioni, evento molto importante per una comunità e per questo siamo molto onorati della nostra partecipazione.
Aldo Policardi dirige
Il maestro mentre dirige alcuni brani storici all'entrata della konoba "Rino" di Momaino
Il pranzo presso la konoba “Rino” ottimo ed abbondante è stato anche un’occasione per dare la possibilità al maestro Policardi che ha partecipato alla gita di dirigere alcuni brani storici.
Nel pomeriggio siamo poi saliti nella sala della sede della comunità dove ci siamo esibiti con un repertorio popolare assieme al gruppo vocale del posto che ci ha accolto con l’inno di Momiano.
In serata siamo ritornati alla base affrontando il traffico del rientro dalla .
Per approfondire un po’ la storia di questo paese allego di seguito un testo a cura del corista Franco Bartoli.
Dopo l’esodo della maggior parte degli abitanti di Momiano, del centinaio di famiglie che abitavano in paese ne rimasero soltanto sette. Naturalmente il tessuto sociale è stato distrutto e non c’è più traccia della vita operosa dei suoi originari abitanti che lavoravano ogni pezzo di terra ma anche nelle officine dei fabbri, nelle botteghe dove anche allora si vendeva di tutto, nei laboratori dei sarti, dei falegnami, dei calzolai, nelle osterie, nei mulini ad acqua e nelle cave di pietra. A Momiano si arriva percorrendo da Castelvenere la strada (stradarea) che porta a Sterna. All’altezza di Cremegne si va a sinistra per due chilometri. In cima alla salita, dopo un capitello, si trova il cimitero con la chiesetta dedicata a S. Rocco. Da qui si sovrasta la parte bassa del paese e le rovine del castello. Ora la strada si divide: una salita, a destra, porta in “villa de sora” mentre proseguendo, a sinistra, si raggiunge una piazzetta nel centro di “villa de soto”. Prima della guerra qui si trovava la casa padronale dei conti Rota che avevano abbandonato il castello nel 700. La casa fu poi ereditata dai Gregoretti (l’ing. Adriano era figlio dell’ultima contessa Rota di Momiano ed entrambi sono morti a Monfalcone dove vivono i figli di Adriano: Pietro e Antonio). La casa fu incendiata dagli attivisti titini nel dopoguerra e dall’incendio si salvò soltanto lo stemma in pietra che sormontava il pianerottolo d’ingresso. Nel mezzo dello stemma, che poi è stato murato sulla facciata dell’ex sala da ballo, è scolpita la caratteristica ruota, circondata dal giglio di Francia e, sotto, l’effige della testa di moro. In alto si legge il motto “Per ben far”. Dalla piazzetta, scendendo ancora, si raggiunge la chiesa parrocchiale dedicata a S. Martino che risale al XV secolo e fu consacrata allorché vi furono deposte le spoglie di S. Rufo. Fu rifatta fra il 1578 e il 1600 dal parroco Paolo Diedo che donò alla chiesa l’Ostensorio con dedica e data 1604. Nel 1650 il conte Orazio Rota donò il turibolo sbalzato in argento e, nel 1678, il conte Pietro Rota donò alla stessa la croce processionale in argento. La chiesa, a tre navate, nel 1859 fu prolungata di due arcate dalla parte della facciata.
Momiano al tramonto
Una veduta di Momiano al tramonto poco prima di ripartire per Monfalcone
Uno dei cinque altari è dedicato a S. Rufo le cui spoglie furono ritrovate nella chiesetta campestre, ora demolita, di S. Nicolò, sul colle omonimo in Sorbar, nel 1567. Il campanile è staccato dalla chiesa ed ha una base troncopiramidale in grossi blocchi di arenaria; la sua alta cuspide ha la base quadrata. In alto un leone di S. Marco in calcare bianco osserva la piazzetta. Sotto un’epigrafe del secolo scorso. Recentemente la chiesa è stata restaurata con i fondi raccolti fra tutti i momianesi ed il campanile è stato restaurato con finanziamento della Regione Veneto. Dalla parte della facciata della chiesa si possono scorgere, più in basso, le rovine del castello che tanta parte ebbe nella storia di questa parte nord-occidentale dell’Istria. Di fronte al campanile è stata ricostruita casa Gianolla per farne la sede della Comunità degli Italiani (finanziamento italiano). Ritornando alla piazzetta e tenendo la sinistra, si raggiunge il punto in cui si ricongiunge la strada di “villa de sora”. C’è la chiesetta dedicata a S. Pietro, la scuola materna ed elementare con insegnamento in italiano ed il ristorante “da Rino”. Qui la strada in salita per mezzo chilometro porta a S. Mauro a quota 326 m. La bella chiesa, dedicata alla Madonna Assunta, con il campanile cuspidato si trova sul poggio in posizione dominante e dal piazzale si ammira tutto il vallone di Pirano, le saline e punta Salvore e più a sinistra il profilo di Buie, la “sentinella dell’Istria”, con i suoi due campanili, dove nel 1873 è nato Cesare Augusto Seghizzi. Il panorama, se fa bel tempo, è magnifico. Tra la piazzetta e S. Pietro, a metà percorso, nei pressi della ex sala da ballo, una stradina scende verso la valle del torrente Argilla, affluente del Dragogna. Dopo alcune centinaia di metri si raggiunge la “fontana”, una sorgiva naturale che sgorga da una fenditura nella roccia e alimenta tre vasche in pietra. La prima serviva ai momianesi di allora per raccogliere l’acqua potabile, nella seconda le donne lavavano i panni e nella terza si abbeveravano gli animali. All’inizio della discesa, a destra, si trova la casa di siora Caterina, l’amica di Biagio Marin. Il nome di Momiano compare in un diploma di Corrado I Bramberga o di Franconia, marchese d’Istria, nel 1035, con la qualifica di “Villa”. Il villaggio fu compreso nella donazione del 1102 alla chiesa di Aquileia da parte del marchese d’Istria Ulrico II di Weimar. Da allora i patriarchi cedettero il feudo ai Duinati, loro fedeli vassalli. Nel 1208 era signore di Momiano un certo Vicardo, uomo di grande fiducia del patriarca Volchero. Quindi compare Vossalco, figlio di Stefano di Duino e di Adelmota, sorella di Enrico da Pisino. Quale vassallo del patriarca Bertoldo, che gli diede in feudo il villaggio di Momiano, probabilmente dopo il 1230, munì il borgo del castello. Vossalco figurò in alcuni documenti del 1188, quando era minorenne; morì nel 1247. Con i suoi figli Conone o Corrado e Biaquino o Biachino, i Duinati nel XIII secolo estesero per eredità, acquisto o donazione, il loro dominio sui circostanti paesi di S. Pietro della Matta, Zuccoli, Oscurus, Topolo, Sorbar, Cuberton, Carcase, Sterna, Gradina, Trebesse, Verteneglio, Sicciole, Figarola e Villa del Quieto. Furono anche beneficiati del feudo di Sipar. I Momianesi avevano possedimenti e interessi anche fuori dell’Istria, in Friuli e sul Carso goriziano, ereditati dalla Casa madre di Duino o goduti con questa in comune a Castelnuovo, Asio e Flagogna. I figli di Vossalco, Biachino e Conone, si trovarono sempre immischiati in lotte, ora dalla parte dei patriarchi, ora alleati dei conti di Gorizia. Furono acerrimi nemici dei signori di Pietrapelosa, Carsmano o Castermanno ed Enrico i quali, nel 1274, fecero assassinare brutalmente Biachino, evirandolo. Il fratello Conone, con l’aiuto del conte Alberto II di Gorizia, assieme a truppe capodistriane, isolane e piranesi, espugnò il castello di Pietrapelosa nello stesso anno e fece decapitare i feudatari, mandanti dell’assassinio di Biachino. Conone successe a Vossalco e lasciò due figli, Giovanni infeudato a Udine dallo stesso patriarca, il 22 giugno 1296, e Biachino II che divenne signore di Momiano. Entrambi non ebbero discendenti e con essi si estinse la linea principale della famiglia, mentre la cadetta, del trucidato, residente in Friuli, le sopravvisse per quattro generazioni. Il castello di Momiano ritornò così ai patriarchi di Aquileia dopo il 1295. Nel 1310 scoppiò un conflitto per il possesso di Castelvenere tra i Patriarchi e la Repubblica di Venezia; in tale occasione Momiano fu devastata dalle truppe del Doge Pietro Gradenigo, comandate da Giovanni Zeno. I patriarchi avevano ceduto Momiano, forse a titolo di pegno, al genero del conte Enrico II di Gorizia, Nicolò Prampero, il quale lo acquistò il 21 dicembre 1311 dallo stesso conte Enrico, dopo il danneggiamento dell’anno precedente, per fronteggiare la spinta dei Veneziani verso l’interno dell’Istria. Il castello di Momiano, passato, con l’annesso territorio, in dominio diretto dei Goriziani, veniva dato in custodia e amministrazione a un capitano, ma nel 1344 il conte Alberto IV fu sconfitto dai Veneziani e, secondo le convenzioni della pace, il castello di Momiano fu demolito. Risorse sotto il dominio austriaco come signoria separata dalla Contea e, cento anni più tardi, il nuovo castello si presentava ancora come una potente fortificazione. Verso la fine del secolo XV, Momiano fu infeudata ai Raunicher o Raunach, nobili tedeschi della Carniola che vantavano la loro discendenza dai Ravagnani di Firenze. Essi si interessavano poco di Momiano e risiedevano ancora nella parte meridionale dell’Austria ricoprendo anche cariche pubbliche. Per ragioni politiche ciò non era gradito ai Veneziani, anche se i Raunach erano rimasti in possesso dei loro beni per intercessione di Massimiliano I presso il Senato veneziano. Il 27 gennaio 1518, nella sala del castello, a mezzo di procuratori espressamente delegati, dalle due parti fu stipulato il contratto di compravendita secondo il quale i fratelli Raunach trasferivano a Simone Rota, cavaliere, per il valore di 5.555 fiorini, la proprietà del castello e del territorio di Momiano, confinante con Capodistria, Pirano, Buie e Grisignana, della villa di Bercenigla nel circondario di Piemonte, di due masi nella villa di Sorbar e delle decime di Merischie. I Rota resero il castello più abitabile e lo dotarono di un nuovo ponte ad arco e del portale, fiancheggiato da due maestose mezze colonne in blocchi di pietra, coll’architrave ormai crollata. I Rota appartenevano ad una nobile e facoltosa famiglia bergamasca, che assunse in Istria il titolo comitale, e vivevano a Momiano, fino alla seconda guerra mondiale, in una casa gentilizia che costruirono in paese nell’800 quando il castello fu abbandonato al suo destino. Le rovine del castello sono ancora imponenti ma, purtroppo, sono difficili da raggiungere per l’incuria del luogo. Il castello ha una piante irregolare che segue l’andamento dello sperone roccioso su cui poggia. Delle grandi torri quadrate poste agli angoli ne rimane una sola. Le mura perimetrali sono in parte diroccate. All’interno aveva una cappella dedicata a S. Stefano che funzionava ancora nel 1721 quando fu visitata dal vescovo di Cittanova Daniele Sansoni. Oggi si ritorna a parlare di Momiano sopratutto per i prodotti delle sue terre. I vini, in particolare il malvasia ed il famoso moscato che compariva, nel passato, anche sulle tavole degli Asburgo e dei Savoia e l’ottimo olio di oliva sono i più apprezzati. Ma nei piccoli ristoranti e negli agriturismo della zona si possono gustare piatti a base di tartufo, di ottime carni e di prosciutto.